15 pensieri su “Narrativa

  1. UN RITAGLIO AL GIORNO…
    Un’iniziativa di Qumran Net, banca dati per la pastorale
    http://www.qumran2.net/ritagli
    **********************
    Uno strano giovane
    —————————–
    (Bruno Ferrero, C’è qualcuno lassù)

    Il padrone di una grossa fattoria aveva bisogno di un aiutante che badasse alle stalle e al fienile. Come voleva la tradizione, il giorno della festa del paese, cominciò a cercare. Scorse un ragazzo di 16-17 anni che si aggirava tra i baracconi. Era un tipo alto e magro, che non sembrava molto forte.
    «Come ti chiami giovanotto?».
    «Alfredo, signore».
    «Sto cercando qualcuno che voglia lavorare nella mia fattoria.. Ti intendi di lavori agricoli?».
    «Sissignore. Io so dormire in una notte ventosa!».
    «Che cosa?» chiese il contadino sorpreso.
    «Io so dormire in una notte ventosa».
    Il contadino scosse la testa e se ne andò.
    Nel tardo pomeriggio, incontrò nuovamente Alfredo e gli rifece la proposta. La risposta di Alfredo fu la medesima: «Io so dormire in una notte ventosa!».
    Al contadino serviva un aiutante non un giovanotto che si vantava di dormire nelle notti ventose.
    Provò ancora a cercare, ma non trovò nessuno disposto a lavorare nella sua fattoria. Così decise di assumere Alfredo che gli ripeté: «Stia tranquillo, padrone, io so dormire in una notte ventosa».
    «D’accordo. Vedremo quello che sai fare».
    Alfredo lavorò nella fattoria per diverse settimane. Il padrone era molto occupato e non faceva molta attenzione a quello che faceva il giovane.
    Poi una notte fu svegliato dal vento. Il vento ululava tra gli alberi, ruggiva giù per i camini, scuoteva le finestre.Il contadino saltò giù dal letto. La bufera avrebbe potuto spalancare le porte della stalla, spaventare cavalli e mucche, sparpagliare il fieno e la paglia, combinare ogni sorta di guai.
    Corse a bussare alla porta di Alfredo, ma non ebbe risposta. Bussò più forte.
    «Alfredo, alzati! Vieni a darmi una mano, prima che il vento distrugga tutto!».
    Ma Alfredo continuò a dormire.
    Il contadino non aveva tempo da perdere. Si precipitò giù per le scale, attraversò di corsa l’aia e raggiunse la cascina.
    Ed ebbe una bella sorpresa.
    Le porte delle stalle erano saldamente chiuse e le finestre erano bloccate. Il fieno e la paglia erano coperti e legati in modo tale da non poter essere soffiati via. I cavalli erano al sicuro, e i maiali e le galline erano quieti. All’esterno il vento soffiava con impeto. Dentro la cascina, gli animali erano calmi e tutto era al sicuro.
    D’improvviso il contadino scoppiò in una sonora risata. Aveva capito che cosa intendeva dire Alfredo quando affermava di saper dormire in una notte ventosa.
    Il giovane faceva bene il suo lavoro ogni giorno. Si assicurava che tutto fosse a posto. Chiudeva accuratamente porte e finestre e si prendeva cura degli animali. Si preparava alla bufera ogni giorno. Per questo non la temeva più.

    Tu, riesci a dormire in questa lunga notte di vento che è la tua vita?
    07.10.09

  2. Giovanni che belli i tuoi testi! Sono a Scampia, per un seminario con donne del quartiere, dalla finestra vedo le famose vele e, attendendo l’ora di inizio dell’incontro, ho curiosato qua e là sul sito le belle pagine. Chiederò a Vittoria e a un’amica che ha fatto una ricerca sul bucato di leggere i tuoi testi sui panni stesi. Un abbraccio a te e un bacio alla nipotina Noa.

    Antonella

  3. A proposito del racconto sul tuo alunno Down, Massimo Cairati.

    E’ una pagina toccante, e la nota finale corrisponde alle lacrime di mia madre, insegnate di Italiano in pensione, che proprio ieri manifestava la sua indignazione commossa per la carognata del governo Tremonti.
    Ho passato il testo ad Alessandro, perchè decida se pubblicarlo. Fra qualche giorno, comunque, lo pubblico io sulla newsletter.
    Gian Piero

  4. Caro Giorgio,
    anche se non ci conosciamo abbiamo qualcosa in comune. I luoghi racchiudono e nascondono storie di donne e di uomini ma non hanno il dono della parola.
    Se pensiamo a una città ricca di storia e di storie, ne cogliamo e apprezziamo meglo il suo fascino e il suo mistero.
    In quella casa di via Alberto Mario 81, a Catania, c’è qualcosa di me e di chissà quanti altri. Io ho raccontato e non pensavo di ricevere una risposta così toccante, come la tua, nella sua semplicità e nel suo stupore.
    Tanti auguri per la tua vita.

    Giovanni

  5. Ciao Giovanni, sinceramente non ero nuovamente entrato nel blog dopo il mio intervento di due anni fa. Oggi, dopo tanti mesi, sono passato davanti la casa in questione, dove non vivo più. Mi sono ricordato per un istante della poesia che ne parlava. Con enorme stupore e un po’ di imbarazzo noto adesso che mi avevi risposto già il giorno dopo il mio intervento.
    In quella casa, come dici tu, c’è qualcosa di me, di te e di chissà quanti altri. Ma nel mio caso, come ovviamente anche nel tuo, c’è in realtà più di qualcosa: per me è stato uno dei periodi più belli della mia giovinezza.
    Un abbraccio

    Giorgio

  6. Caro Giorgio, grazie per le tue parole.Il tempo passa in fretta e porta con sé gioie e dolori, nascite e morte, amori finiti e amori sbocciati: insomma il “rituale della vita”, per dirlo con le parole del poeta Mario Luzi. Il mio amico Gianni, che in quella casa ha vissuto i suoi anni universitari, non c’è più dal 26 giugno del 2012. Era appena andato in pensione. Con lui ho perso un fratello. E’ una storia che si chiude.
    Riporto di seguito un mio ricordo delle soste a casa sua, non in via Alberto Mario 81, ma in via Filocomo 57, al Borgo.

    Sosta

    Nei miei abituali viaggi Ragusa – Milano e viceversa, la sosta a Catania è sempre stata un’esperienza carica di significati, un tempo sottratto alla velocità e regalato all’amicizia, alla riflessione, con la valigia pronta per la partenza ma ancora disposta all’attesa, con la tranquillità di chi, avendo preparato tutto, ha la mente sgombra e un tempo realmente libero, sospeso tra un mondo appena lasciato e un altro ancora da raggiungere.
    E’ in questa dimensione che si sviluppano i miei colloqui con Gianni, amico d’infanzia, compagno di scuola elementare, vicino di quartiere.
    Il nostro è un legame antico che affonda le sue radici nell’amicizia dei nostri genitori, un’amicizia discreta, rispettosa, essenziale.
    Nei primi anni universitari (frequentavo l’Università Cattolica di Milano) a volte mi accompagnava a Catania mia madre. Era un’occasione per rinnovare la sua amicizia con la madre di Gianni. Entrambe lontane dai loro mariti, l’una perché vedova essendo morto mio padre agli inizi del mio secondo anno di studi, l’altra perché vedova bianca trovandosi il marito in Germania, costretto ad emigrare come tanti in quegli anni.
    I nostri conversari hanno questo ricco e solido retroterra, uno sfondo comune su cui si intrecciano in un confronto molto fitto, serrato, a volte burrascoso a causa di stridenti diversità di opinioni e di esperienze. E poi, come il mare, tutto si placa, cessa il rimescolio delle acque, tacciono i venti impetuosi lasciando il campo alla fresca e piacevole brezza. Un nuovo equilibrio è stato raggiunto attraverso la rinnovata accettazione dell’altro, la comunicazione è diventata così fluida che passa anche attraverso il silenzio dello stare insieme, catturati dal cielo stellato di Giardini in una notte d’estate o dalla maestosità e dal mistero primordiale dell’Etna che, gigantesca, sfida il mare con il suo perenne fuoco. (2003)

    Un abbraccio

    Giovanni

  7. Raccontano che un giorno si riunirono in un luogo della terra tutti i sentimenti e le qualità degli uomini.
    Quando la Noia si fu presentata per la terza volta, la Pazzia, come sempre un po’ folle, propose: “giochiamo a nascondino!”
    L’Interesse alzò un sopracciglio e la Curiosità, senza potersi trattenere, chiese:”A nascondino?? Di che si tratta?”.
    E’ un gioco spiegò la Pazzia in cui mi copro gli occhi e mi metto a contare fino ad un milione, mentre voi vi nascondete, e quando avrò finito di contare, il primo di voi che scopro, prenderà il mio posto per continuare il gioco.
    L’Entusiasmo si mise a ballare, accompagnato dall’Euforia. L’Allegria fece tanti salti che finì per convincere il Dubbio e persino l’Apatia, alla quale non interessava mai niente.
    Però non tutti vollero partecipare. La Verità preferì non nascondersi… perché, se poi alla fine tutti la scoprono?
    La Superbia pensò che fosse un gioco sciocco (in fondo non ci aveva pensato lei) e la Codardia non si arrischiò.
    1, 2, 3, cominciò a contare la Pazzia. la prima a nascondersi fu la Pigrizia che si lasciò cadere dietro la prima pietra.
    La Fede volò in cielo e l’Invidia si nascose all’ombra del Trionfo sull’albero più alto.
    La Generosità non riusciva a nascondersi lasciava ogni posto ai suoi amici… un lago cristallino per la Bellezza, le fronde di un albero per la Timidezza, le ali di una farfalla per la Voluttà, una folata di vento per la Libertà… e così la Generosità finì per nascondersi dietro un raggio di sole.
    L’Egoismo trovò un nascondiglio accogliente ben ventilato e tutto per sé, la Menzogna si nascose sul fondo dell’oceano (non è vero è dietro l’arcobaleno), la Passione e il Desiderio al centro dei vulcani.
    L’Oblio, non ricordo.
    Quando la Pazzia contò 999.999 l’Amore non aveva ancora trovato un posto… erano tutti occupati… finché vide un cespuglio di rose e si nascose lì dietro.
    “Un milione” disse la Pazzia e cominciò a cercare.
    La prima ad essere trovata fu la Pigrizia lì a tre passi, poi toccò alla Fede che discuteva a voce alta con Dio, poi sentì vibrare la Passione e il Desiderio in fondo al vulcano.
    Trovò per caso l’Invidia e dedusse dove fosse il Trionfo…
    l’Egoismo non lo trovò mai, trovò la Bellezza… il Dubbio fu semplice: non sapeva da che parte dello steccato nascondersi!
    Trovò tutti: il Talento nell’erba fresca, l’Angoscia in una grotta buia, la Menzogna nell’arcobaleno e l’Oblio che si era dimenticato che stava giocando.
    Solo l’Amore non si trovava … la Pazzia scorse il cespuglio e scosse i rami… all’improvviso si udì un grido di dolore:le spine avevano ferito gli occhi dell’Amore.
    La Pazzia non sapeva più come fare a discolparsi e scusarsi.
    E proprio da allora… da quando per la prima volta si giocò a nascondino sulla terra… l’Amore è cieco e la Pazzia lo accompagna sempre…

  8. Prima lezione
    Nel secondo mese alla facoltà di medicina, il professore ci diede un questionario.
    Essendo un buon alunno risposi prontamente a tutte le domande fino a quando arrivai all’ultima che era:
    “Qual è il nome di battesimo della donna delle pulizie della scuola?”
    Sinceramente mi pareva proprio uno scherzo. Avevo visto quella donna molte volte, era alta, capelli scuri, avrà avuto i suoi cinquant’anni, ma come avrei potuto sapere il suo nome di battesimo? Consegnai il mio test lasciando questa risposta in bianco e, poco prima che finisse la lezione, un alunno domandò se l’ultima domanda del test avrebbe contato ai fini del voto.
    “È chiaro!”, rispose il professore. “Nella vostra carriera voi incontrerete molte persone. Hanno tutte il loro grado d’importanza. Esse meritano la vostra attenzione, anche con un semplice sorriso o un semplice “ciao”.
    Non dimenticai mai questa lezione ed imparai che il nome di battesimo della nostra donna delle pulizie era Mariana.

    Seconda lezione
    In una notte di pioggia c’era una signora di colore, al lato della strada, nello stato dell’Alabama (U.S.A.), il temporale era tremendo. La sua auto era in panne ed aveva disperatamente bisogno di aiuto.
    Completamente inzuppata cominciò a fare segnali alle auto che passavano.Un giovane bianco, come se non conoscesse i conflitti razziali chelaceravano gli Stati Uniti negli anni ’60, si fermò per aiutarla. Il ragazzo la portò in un luogo protetto, le procurò un meccanico e chiamò un taxi per lei.
    La donna sembrava avere davvero molta fretta, ma riuscì ad annotarsi l’indirizzo del suo soccorritore e a ringraziarlo.
    Passati sette giorni, bussarono alla porta del ragazzo. Con sua grandesorpresa era un corriere che gli consegno’ un enorme pacco contenente una grande TV a colori, accompagnata da un biglietto che diceva:
    “Molte grazie per avermi aiutata in quella strada, quella notte. La pioggia aveva inzuppato i miei vestiti come il mio spirito e in quel momento è apparso Lei. Grazie a Lei sono riuscita ad arrivare al capezzale di mio marito moribondo poco prima che se ne andasse. Dio la benedica per avermi aiutato.
    Sinceramente, Mrs. Nat King Cole”.

    Terza lezione
    Qualche tempo fa quando un gelato costava molto meno di oggi, un bambino di dieci anni entrò in un bar e si sedette al tavolino. Una cameriera gli portò un bicchiere d’acqua.
    “Quanto costa un Sundae?” chiese il bambino.
    “Cinquanta centesimi” rispose la cameriera.
    Il bambino prese delle monete dalla tasca e cominciò a contarle.
    “Bene, quanto costa un gelato semplice? ”
    In quel momento c’erano altre persone che aspettavano e la ragazza cominciava un po’ a perdere la pazienza.
    “35 centesimi!” gli rispose la ragazza in maniera brusca.
    Il bambino contò le monete ancora una volta e disse:
    “Allora mi porti un gelato semplice!”.
    La cameriera gli portò il gelato e il conto.
    Il bambino finì il suo gelato, pagò il conto alla cassa e usci’.
    Quando la cameriera torno’al tavolo per pulirlo cominciò a piangere perché lì, ad un angolo del piatto, c’erano 15 centesimi di mancia per lei. Il bambino non chiese il Sundae per riservare la mancia alla cameriera.

    Quarta lezione
    In tempi antichi un re fece collocare una pietra enorme in mezzo ad una strada. Quindi, nascondendosi, rimase ad osservare per vedere se qualcuno si prendeva la briga d i togliere la grande roccia in mezzo alla strada. Alcuni mercanti ed altri sudditi molto ricchi passarono da lì e si limitarono a girare attorno alla pietra. Alcuni persino protestarono contro il re dicendo che non manteneva le strade pulite, ma nessuno di loro provò a muovere la pietra da lì.
    Ad un certo punto passò un campagnolo con un grande carico di verdure sulle spalle; avvicinandosi all’immensa roccia poggiò il carico al lato della strada tentando di rimuovere la roccia. Dopo molta fatica e sudore riuscì finalmente a muovere la pietra spostandola al bordo della strada. Tornò indietro a prendere il suo carico e notò che c’era una piccola borsa nel luogo in cui prima stava la pietra. La borsa conteneva molte monete d’oro e una lettera scritta dal re che diceva che quell’oro era per la persona che avesse rimosso la pietra dalla strada.
    Il campagnolo imparò quello che molti di noi neanche comprendono:
    “Tutti gli ostacoli sono un’opportunità per migliorare la nostra condizione”.

  9. “Quello che ci siamo sentiti dire da bambini: stai fermo, muoviti, fai piano, sbrigati, non toccare, stai attento, mangia tutto, lavati i denti, non ti sporcare, ti sei sporcato, stai zitto, parla t’ho detto, chiedi scusa, saluta, vieni qui, non starmi sempre intorno, vai a giocare, non disturbare, non correre, non sudare, attento che cadi, te l’avevo detto che cadevi, peggio per te, non stai mai attento, non sei capace, sei troppo piccolo, lo faccio io, ormai sei grande, vai a letto, alzati, farai tardi, ho da fare, gioca per conto tuo, copriti, non stare al sole, sta al sole non si parla con la bocca piena.

    Quello che avremmo voluto sentirci dire da bambini: ti amo, sei bello, sono felice di averti, parliamo un po’ di te, troviamo un po’ di tempo per noi, come ti senti, sei triste, hai paura, perché non hai voglia, sei dolce, sei morbido e soffice, sei tenero, raccontami, che cosa hai provato, sei felice, mi piace quando ridi, puoi piangere se vuoi, sei scontento, cosa ti fa soffrire, che cosa ti ha fatto arrabbiare, puoi dire tutto quello che vuoi, ho fiducia in te, mi piaci, io ti piaccio, quanto non ti piaccio, ti ascolto, sei innamorato, cosa ne pensi, mi piace stare con te, ho voglia di parlarti, ho voglia di ascoltarti, quando ti senti più infelice, mi piaci come sei, è bello stare insieme, dimmi se ho sbagliato. Ci sono accanto a te molte persone adulte che ancora aspettano le parole che avrebbero voluto sentire da bambini.

    Tormentando il manico della borsetta, una donna diceva: “So che mio marito sa essere tenero e affettuoso. Con il cane si comporta così”. ”

    Baciabbracci, Mirta

    “Si nasce tutti pazzi
    ma alcuni lo restano”
    S.Beckett

  10. STORIA DI UN SAMURAI

    Dopo una lunga ed eroica vita, un valoroso samurai giunse nell’aldila’ e fu destinato al paradiso. Era un tipo pieno di curiosita’ e chiese di poterdare prima un’occhiata anche all’inferno. Un angelo lo accontento’ e lo condusse all’inferno. Si trovo’ in un vastissimo salone che aveva al centro una tavola imbandita con piatti colmi e pietanze succulente e di golosita’ inimmaginabili. Ma i commensali, che sedevano tutt’intorno, erano smunti, pallidi e scheletriti da far pieta’.
    “Com’e’ possibile?”, chiese il samurai alla sua guida. “Con tutto quel ben di Dio davanti!”.

    “Vedi: quando arrivano qui, ricevono tutti due bastoncini, quelli che si usano come posate per mangiare,solo che sono lunghi piu’ di un metro e devono essere rigorosamente impugnati all’estremita’. Solo cosi’ possono portarsi il cibo alla bocca”. Il samurai abbrividi’. Era terribile la punizione di quei poveretti che, per quanti sforzi facessero, non riuscivano a mettersi neppur una briciola sotto i denti.

    Non volle vedere altro e chiese di andare subito in paradiso. Qui lo attendeva una sorpresa. Il paradiso era un salone assolutamente identico all’inferno! Dentro l’immenso salone c’era l’infinita tavolata di gente; un’identica sfilata di piatti deliziosi. Non solo: tutti i commensali erano muniti degli stessi bastoncini lunghi piu’ di un metro, da impugnare all’estremita’ per portarsi il cibo alla bocca.

    C’era una sola differenza: qui la gente intorno al tavolo era allegra, ben pasciuta, sprizzante di gioia. “Ma com’e’ possibile?”, chiese il samurai. L’angelo sorrise. “All’inferno ognuno si affanna ad afferrare il cibo e portarlo alla propria bocca, perche’ si sono sempre comportati cosi’ nella vita. Qui al contrario, ciascuno prende il cibo con i bastoncini e poi si preoccupa di imboccare il proprio vicino”.

    Paradiso ed inferno sono nelle tue mani.
    (anonimo)

  11. S’io sapessi cantare
    come il sole di giugno nel ventre della spiga,
    l’ubiquo invincibile sole;
    s’io sapessi gridare
    gridare gridare come il mare
    quando s’impenna nel ludibrio d’aquilone;
    s’io sapessi, s’io potessi
    usurpare il linguaggio della pioggia
    che insegna all’era crudeli dolcezze…
    oh allora ogni mattino,
    e non con questa roca voce d’uomo,
    vorrei dirti che t’amo
    e sui muri del mio cieco cammino
    scrivere la letizia del tuo nome,
    le tre sillabe sante e misteriose,
    il mio sigillo di nuova speranza,
    il mio pane, il mio vino,
    il mio viatico buono.

  12. Dirò d’una festa che è forse la più animata delle Calabrie. Le feste fanno conoscere la natura degli uomini. Nell’Aspromonte abbiamo un santuario che si chiama di Polsi, ma comunemente della Madonna della Montagna. E’ un convento basiliano del millecento, uno dei pochi che rimangono in piedi nelle Calabrie. La Madonna è opera siciliana del secolo XVI, scolpita nel tufo e colorata, con due occhi bianchi e neri, fissi, che guardano da tutte le parti. Intorno alla chiesa c’è il convento, con pochi frati cercatori che vanno per le aie, le vendemmie, i trappeti, a fare la questua pel convento che è solo in montagna e vive della carità di tutti. Questi frati portano sul petto l’immagine della Madonna in una grande lastra di rame, consunta dai baci. Poi al tempo suo, ricambiano i donatori con le noci e le castagne del convento che ha per vecchio privilegio boschi di questi alberi. Intorno al santuario, da secoli, comunità siciliane e calabresi si sono costruite case per ricoverare i loro cittadini nei giorni della festa che cade fra il 1° e il 3 settembre. C’è una Domus Siculorum, come c’è una Domus Locrensium, e ne portano l’iscrizione.Questa nostra Madonna che non ha nulla di dolce, bensì d’imperioso, nessuno può muoverla dalla sua nicchia senza che avvenga il terremoto, e per poterla portare in processione, poiché non c’è festa senza processione, se n’è fatta una copia, ma più leggiera e non così bella. Questo culto nacque in modo del tutto favoloso. C’è di mezzo un re, il Conte Ruggiero, una caccia con levrieri, un miracolo. Andando il Conte Ruggiero sull’Aspromonte a caccia, sentì i suoi levrieri gridare lontano. Accorse, trovò un bue che inginocchiato frugava col muso la terra. Fu rinvenuta in quel luogo una croce greca, nacque così il culto della Madre di Dio. Da allora i buoi e ogni animale hanno diritto d’ingresso fino ai piedi dell’altare, dove si prostrano sui ginocchi davanti.Il luogo del santuario è una specie di isola formata da due fiumi nelle gole dell’Aspromonte, lo chiudono cime di mille e millecinquecento metri, e la vetta di quasi duemila del Monte Alto; denso di boschi, pieno di laghetti, roccioso e verde di felci e di ginestre. Crescono vicini il castagno e il pino, il nocchio e il pioppo, il frassino e l’abete, mescolanza di piante alpestri e mediterranee dei nostri luoghi, più chiare quelle estive, scure quelle invernali, e come ammantate, che nei nostri climi a vederle si pensa al cattivo tempo. D’inverno la contrada è chiusa dalle nevi, vi si accostano soltanto i pastori cacciati dai lupi e dalle tempeste dalle loro capanne di paglia e di terra. L’estate comincia il pellegrinaggio, dopo la mietitura e la vendemmia che da noi si fanno presto. Numeroso è poi il pellegrinaggio nei primi giorni di settembre.Allora ci si accorge che la montagna fa tutto un anfiteatro intorno a quel luogo, i viottoli si disegnano chiari fra i boschi e i poggi nudi, gente in fila, per uno, come un rosario, arriva da ogni parte; e da tutte le parti ugualmente, come da terrazze, valicata la catena dell’Aspromonte, si scopre in fondo alla valle il convento, il campanile col suo cappello a cono, come se stesse in guardia. Questa apparizione improvvisa strappa gridi di gioia; da tutte le parti acclamano a quella vista, si agitano berretti, si scaricano i fucili, le rivoltelle, i tromboni, le scopette, al grido di “Viva la Madonna della Montagna!”.Il Calabrese, anche quando parte per l’America, anche se va soldato, si porta il suo pane e il suo companatico; li porta nella manica della giacchetta che si mette a tracolla, e lega la manica in fondo come un sacchetto. Per lui non esistono ancora le osterie e gli alberghi. La sua diffidenza è antichissima. A questa festa che dura tre giorni, il Calabrese non è solo come in tutte le sue peregrinazioni, ma porta la donna e i figli; la donna con una cesta ben equilibrata sul capo, dentro la roba, e sopra alla roba magari il piccino che non sa ancòra camminare. I ragazzi pensano sempre a questa festa, le ragazze l’aspettano cantando canzoni apposite; in questa festa si incontra gran gente, e si balla, dirò come. Gente arriva da tutti i versanti, fin da Messina, da Reggio, dalla Piana, dalla Pietra di Febo, da Caulonia, da Bagnara, da Gerace; i paesi lungo il percorso si spopolano, e vi rimangono soltanto i vecchi; le piazze dei paesi di passaggio vedono i cortei che vanno in su, gente d’ogni condizione tutta insieme, con quello che accompagna il Calabrese, l’asino, il mulo, la zampogna, l’organetto, il piffero, che fanno tutti insieme una musica che pare un rovello. Su questa ballano uomini e donne. Dico che alcuni, specie le ragazze, fanno voto di ballare per tutta la strada. Questo bisogna lasciarlo fare alle donne del villaggio di Cardeto, dove menano le gambe fin da piccole e non si stancano mai.Ognuno fa quello che può per fare onore alla Regina della festa; la gente ricca può portare, essendo scampata da un male, un cero grande quanto la persona di chi ha avuto la grazia, o una coppia di buoi, o pecore, o un carico di formaggio, di vino, di olio, di grano; ci sono tanti modi per disobbligarsi con la Vergine delicata, come la chiamano le donne. Uno, denudato il petto e le gambe, si porta addosso una campana di spine che lo copre dalla testa ai piedi, spine lunghe e dure come crescono nel nostro spinoso paese, e che ad ogni passo pungono chi ci sta in mezzo. Una femminella fa un tratto di strada sulle ginocchia; e così le ragazze fanno la strada ballando, e balleranno giorno e notte per le ore che hanno fatto il voto, fino a che si ritrovano buttate in terra o appoggiate al muro, che muovono ancora i piedi. E i cacciatori, poi, che fanno voto di sparare alcuni chili di polvere; in quei giorni non si parla di porto d’armi, e i carabinieri lo sanno. Gli armati si dispongono nei boschi intorno al santuario e sparano notte e giorno. Nella piazza ballano, suonano, cantano notte e giorno, notte e giorno tuonano i boschi, alla fine sono diecimila, quindicimila persone che non fanno altro in quella valle stretta; l’eco ha un gran daffare a ripetere tutto quello strepito inestricabile, e fa un lungo fragore confuso. I sopraggiunti vedono e sentono la festa dalle terrazze sui monti, la valle che brucia come un vulcano e vi si buttano dentro col loro rumore. Hanno fatto strade lunghe e difficili, di sei o sette ore. Pare che il Governo aprirà una strada strategica da un versante all’altro, per tutto l’Aspromonte, dove era già una strada militare romana; ma intanto si va per il sentiero a mezza costa, spesso non più largo di due palmi, su burroni profondi dove le acque strillano da stordire.Per la strada, chi non è intento ad altro prende un sasso e lo porta fino alla croce dell’altura in vista dei santuario, qui lo butta in una mora di altri sassi, e in due giorni si fa un cumulo di materiale buono per la fabbrica del convento e degli ospizi dei pellegrini. Io mi ricordo che portavo un sasso piccolino quand’ero piccolo. Ci sono le fresche fonti della montagna, desiderio del Calabrese che ha paesi poveri d’acqua. La notte, per illuminare la strada, si dà fuoco agli alberi secchi colpiti dalla vecchiaia e dal fulmine, e fanno da torce pel sentiero difficile. Io ci andai per la prima volta a nove anni. Mi ricordo che bruciava una vecchia quercia gialla.Per quella turba magna, non basta né il convento né le case della comunità, né le capanne, e si sceglie ognuno il suo posto sotto i boschi. Tien bottega ognuno all’aperto, le bestie macellate sono appese agli alberi. Ci vengono i dolcieri della Sicilia, coi loro torroni dai colori sgargianti sui tavoli coperti di lino bianco, e i più famosi mendicanti. Questo il Calabrese vuol vedere, coi suo gusto pel Presepe. C’è quello che spiega, su un cartello dipinto a quadri successivi, le gesta dei Paladini; c’è la frotta degli zingari, la sonnambula, i carabinieri che fanno paura ai vendicatori e agli innamorati respinti. E si vedono le mille facce delle Calabrie. La chiesa è spalancata, la gente vi si pigia a poco per volta; presso l’altare i muti vogliono parlare, i ciechi vedere, gl’infermi guarire. Le donne intorno dicono le parole più lusinghiere alla Madonna, perché si commuova. Arrivano gli animali infiocchettati che si donano per voto, e cadono sulle ginocchia perché sembra che capiscano anche loro. Viene il mulo carico di grano e di vino, le caprette coi loro campani, che suonano. Sul banco coperto di un lino, le donne buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi. La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo. Si sta là dentro come in una conchiglia piena del rombo della folla come d’un mare; la terra pestata dai balli che si intrecciano in ogni angolo di strada, su tutta la piazza, sotto una porta, sotto un albero, fa un rumore come se vi si gramolasse tutto il lino della terra, si macinasse tutto il grano. Nuove turbe arrivano d’ora in ora, sparando e gridando, in quella terra promessa.Al terzo giorno di settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portabile. Hanno il privilegio di portatori gli uomini di Bagnara, gente di mare, audaci e ricchi migratori, pèscatori accaniti di pescespada e di tonni. Sono loro i più abili a far correre, come se volasse, l’immagine della Madonna sul suo pesante piedistallo, mentre le buttano intorno grano, confetti, fiori; non si sente altro, tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e non riescono neppure a piangere.e’ la bellissima descrizione di una festa sentita molto dai calabresi dello stretto , e’ un brano di Corrado Alvaro cresciuto proprio in quei luoghi, la cosa che mi colpisce maggiormente sono le sensazioni uditive che il brano riesce a darmi . oggi la festa di polsi è cambiata spero abbia mantenuto vive almeno alcune delle tradizioni che venivano descritte anche nel libro “le feste dei poveri” di Annabella Rossi

  13. Dirò d’una festa che è forse la più animata delle Calabrie. Le feste fanno conoscere la natura degli uomini. Nell’Aspromonte abbiamo un santuario che si chiama di Polsi, ma comunemente della Madonna della Montagna. E’ un convento basiliano del millecento, uno dei pochi che rimangono in piedi nelle Calabrie. La Madonna è opera siciliana del secolo XVI, scolpita nel tufo e colorata, con due occhi bianchi e neri, fissi, che guardano da tutte le parti. Intorno alla chiesa c’è il convento, con pochi frati cercatori che vanno per le aie, le vendemmie, i trappeti, a fare la questua pel convento che è solo in montagna e vive della carità di tutti. Questi frati portano sul petto l’immagine della Madonna in una grande lastra di rame, consunta dai baci. Poi al tempo suo, ricambiano i donatori con le noci e le castagne del convento che ha per vecchio privilegio boschi di questi alberi. Intorno al santuario, da secoli, comunità siciliane e calabresi si sono costruite case per ricoverare i loro cittadini nei giorni della festa che cade fra il 1° e il 3 settembre. C’è una Domus Siculorum, come c’è una Domus Locrensium, e ne portano l’iscrizione.Questa nostra Madonna che non ha nulla di dolce, bensì d’imperioso, nessuno può muoverla dalla sua nicchia senza che avvenga il terremoto, e per poterla portare in processione, poiché non c’è festa senza processione, se n’è fatta una copia, ma più leggiera e non così bella. Questo culto nacque in modo del tutto favoloso. C’è di mezzo un re, il Conte Ruggiero, una caccia con levrieri, un miracolo. Andando il Conte Ruggiero sull’Aspromonte a caccia, sentì i suoi levrieri gridare lontano. Accorse, trovò un bue che inginocchiato frugava col muso la terra. Fu rinvenuta in quel luogo una croce greca, nacque così il culto della Madre di Dio. Da allora i buoi e ogni animale hanno diritto d’ingresso fino ai piedi dell’altare, dove si prostrano sui ginocchi davanti.Il luogo del santuario è una specie di isola formata da due fiumi nelle gole dell’Aspromonte, lo chiudono cime di mille e millecinquecento metri, e la vetta di quasi duemila del Monte Alto; denso di boschi, pieno di laghetti, roccioso e verde di felci e di ginestre. Crescono vicini il castagno e il pino, il nocchio e il pioppo, il frassino e l’abete, mescolanza di piante alpestri e mediterranee dei nostri luoghi, più chiare quelle estive, scure quelle invernali, e come ammantate, che nei nostri climi a vederle si pensa al cattivo tempo. D’inverno la contrada è chiusa dalle nevi, vi si accostano soltanto i pastori cacciati dai lupi e dalle tempeste dalle loro capanne di paglia e di terra. L’estate comincia il pellegrinaggio, dopo la mietitura e la vendemmia che da noi si fanno presto. Numeroso è poi il pellegrinaggio nei primi giorni di settembre.Allora ci si accorge che la montagna fa tutto un anfiteatro intorno a quel luogo, i viottoli si disegnano chiari fra i boschi e i poggi nudi, gente in fila, per uno, come un rosario, arriva da ogni parte; e da tutte le parti ugualmente, come da terrazze, valicata la catena dell’Aspromonte, si scopre in fondo alla valle il convento, il campanile col suo cappello a cono, come se stesse in guardia. Questa apparizione improvvisa strappa gridi di gioia; da tutte le parti acclamano a quella vista, si agitano berretti, si scaricano i fucili, le rivoltelle, i tromboni, le scopette, al grido di “Viva la Madonna della Montagna!”.Il Calabrese, anche quando parte per l’America, anche se va soldato, si porta il suo pane e il suo companatico; li porta nella manica della giacchetta che si mette a tracolla, e lega la manica in fondo come un sacchetto. Per lui non esistono ancora le osterie e gli alberghi. La sua diffidenza è antichissima. A questa festa che dura tre giorni, il Calabrese non è solo come in tutte le sue peregrinazioni, ma porta la donna e i figli; la donna con una cesta ben equilibrata sul capo, dentro la roba, e sopra alla roba magari il piccino che non sa ancòra camminare. I ragazzi pensano sempre a questa festa, le ragazze l’aspettano cantando canzoni apposite; in questa festa si incontra gran gente, e si balla, dirò come. Gente arriva da tutti i versanti, fin da Messina, da Reggio, dalla Piana, dalla Pietra di Febo, da Caulonia, da Bagnara, da Gerace; i paesi lungo il percorso si spopolano, e vi rimangono soltanto i vecchi; le piazze dei paesi di passaggio vedono i cortei che vanno in su, gente d’ogni condizione tutta insieme, con quello che accompagna il Calabrese, l’asino, il mulo, la zampogna, l’organetto, il piffero, che fanno tutti insieme una musica che pare un rovello. Su questa ballano uomini e donne. Dico che alcuni, specie le ragazze, fanno voto di ballare per tutta la strada. Questo bisogna lasciarlo fare alle donne del villaggio di Cardeto, dove menano le gambe fin da piccole e non si stancano mai.Ognuno fa quello che può per fare onore alla Regina della festa; la gente ricca può portare, essendo scampata da un male, un cero grande quanto la persona di chi ha avuto la grazia, o una coppia di buoi, o pecore, o un carico di formaggio, di vino, di olio, di grano; ci sono tanti modi per disobbligarsi con la Vergine delicata, come la chiamano le donne. Uno, denudato il petto e le gambe, si porta addosso una campana di spine che lo copre dalla testa ai piedi, spine lunghe e dure come crescono nel nostro spinoso paese, e che ad ogni passo pungono chi ci sta in mezzo. Una femminella fa un tratto di strada sulle ginocchia; e così le ragazze fanno la strada ballando, e balleranno giorno e notte per le ore che hanno fatto il voto, fino a che si ritrovano buttate in terra o appoggiate al muro, che muovono ancora i piedi. E i cacciatori, poi, che fanno voto di sparare alcuni chili di polvere; in quei giorni non si parla di porto d’armi, e i carabinieri lo sanno. Gli armati si dispongono nei boschi intorno al santuario e sparano notte e giorno. Nella piazza ballano, suonano, cantano notte e giorno, notte e giorno tuonano i boschi, alla fine sono diecimila, quindicimila persone che non fanno altro in quella valle stretta; l’eco ha un gran daffare a ripetere tutto quello strepito inestricabile, e fa un lungo fragore confuso. I sopraggiunti vedono e sentono la festa dalle terrazze sui monti, la valle che brucia come un vulcano e vi si buttano dentro col loro rumore. Hanno fatto strade lunghe e difficili, di sei o sette ore. Pare che il Governo aprirà una strada strategica da un versante all’altro, per tutto l’Aspromonte, dove era già una strada militare romana; ma intanto si va per il sentiero a mezza costa, spesso non più largo di due palmi, su burroni profondi dove le acque strillano da stordire.Per la strada, chi non è intento ad altro prende un sasso e lo porta fino alla croce dell’altura in vista dei santuario, qui lo butta in una mora di altri sassi, e in due giorni si fa un cumulo di materiale buono per la fabbrica del convento e degli ospizi dei pellegrini. Io mi ricordo che portavo un sasso piccolino quand’ero piccolo. Ci sono le fresche fonti della montagna, desiderio del Calabrese che ha paesi poveri d’acqua. La notte, per illuminare la strada, si dà fuoco agli alberi secchi colpiti dalla vecchiaia e dal fulmine, e fanno da torce pel sentiero difficile. Io ci andai per la prima volta a nove anni. Mi ricordo che bruciava una vecchia quercia gialla.Per quella turba magna, non basta né il convento né le case della comunità, né le capanne, e si sceglie ognuno il suo posto sotto i boschi. Tien bottega ognuno all’aperto, le bestie macellate sono appese agli alberi. Ci vengono i dolcieri della Sicilia, coi loro torroni dai colori sgargianti sui tavoli coperti di lino bianco, e i più famosi mendicanti. Questo il Calabrese vuol vedere, coi suo gusto pel Presepe. C’è quello che spiega, su un cartello dipinto a quadri successivi, le gesta dei Paladini; c’è la frotta degli zingari, la sonnambula, i carabinieri che fanno paura ai vendicatori e agli innamorati respinti. E si vedono le mille facce delle Calabrie. La chiesa è spalancata, la gente vi si pigia a poco per volta; presso l’altare i muti vogliono parlare, i ciechi vedere, gl’infermi guarire. Le donne intorno dicono le parole più lusinghiere alla Madonna, perché si commuova. Arrivano gli animali infiocchettati che si donano per voto, e cadono sulle ginocchia perché sembra che capiscano anche loro. Viene il mulo carico di grano e di vino, le caprette coi loro campani, che suonano. Sul banco coperto di un lino, le donne buttano gli orecchini e i braccialetti; gli uomini tornati da una fortunata migrazione le carte da cento e da più: è una montagna d’oro e di denaro che per la prima volta nessuno guarda con occhi cupidi. La Vergine guarda sopra tutti, e i gioielli degli anni passati la coprono come un fulgido ricamo. Si sta là dentro come in una conchiglia piena del rombo della folla come d’un mare; la terra pestata dai balli che si intrecciano in ogni angolo di strada, su tutta la piazza, sotto una porta, sotto un albero, fa un rumore come se vi si gramolasse tutto il lino della terra, si macinasse tutto il grano. Nuove turbe arrivano d’ora in ora, sparando e gridando, in quella terra promessa.Al terzo giorno di settembre si fa la processione e si tira fuori il simulacro portabile. Hanno il privilegio di portatori gli uomini di Bagnara, gente di mare, audaci e ricchi migratori, pèscatori accaniti di pescespada e di tonni. Sono loro i più abili a far correre, come se volasse, l’immagine della Madonna sul suo pesante piedistallo, mentre le buttano intorno grano, confetti, fiori; non si sente altro, tra lo sparo dei fucili che formano non si sa che silenzio fragoroso, non si sente altro che il battito di migliaia di pugni su migliaia di petti, un rombo di umanità viva tra cui l’uomo più sgannato trema come davanti a un’armonia più alta della mente umana. Le semplici donne che non si sanno spiegare nulla, si stracciano il viso e

Lascia un commento